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giovedì 22 giugno 2017

Intervista del quotidiano NRC all'economista Luigi Zingales: "In Italia, se sei una banca presti agli amici"

In Italia, se sei una banca presti agli amici
L'economista italiano Luigi Zingales

L'Italia non sa cosa fare con le sue banche. La montagna di crediti deteriorati la dice lunga sul pessimo stato del paese, dice il professor Zingales.

di Mark Beunderman
22 giugno 2017

Mentre una banca sembra finalmente navigare in acque più tranquille, altre due si aggrappano alla boa. Questo è quel che accade in Italia, che non riesce a fare i conti col proprio traballante settore bancario. 

Di recente, la Commissione Europea si è detta in linea di massima d'accordo con l'idea di una ricapitalizzazione del Monte dei Paschi di Siena, il terzo istituto del paese, ad opera dello stato italiano. E mentre la ricapitalizzazione ancora non si vede, anche Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca bussano alla porta a Roma. Mercoledì Intesa Sanpaolo, la seconda banca italiana, ha fatto sapere di essere interessata ai due istituti di media grandezza, ma di volerne solo la parte sana. 

Ed ecco il grande problema del settore bancario italiano: la montagna di crediti "cattivi" nei bilanci. Si tratta di prestiti che non possono, per lo meno non del tutto, essere ripagati dai clienti. Quasi il 18% dei crediti totali in essere in Italia sono crediti deteriorati, secondo il Fondo Monetario Internazionale. Prima della crisi erano circa il 6%. 

La quota dei prestiti in sofferenza sul totale secondo la Banca Mondiale. Ci sono anche i Paesi Bassi a confronto.

Luigi Zingales, economista e professore all'università di Chicago, ha presentato questa settimana alla banca centrale dei Paesi Bassi una ricerca sulla montagna di crediti deteriorati italiani, che ammontano a circa 360 miliardi di euro. Nell'ambito della conferenza, l'italiano Zingales ha discusso di come l'economia, la politica e la cultura del suo paese si leghino ai bilanci delle banche.

Com'è che il problema dei crediti deteriorati in Italia ha raggiunto quest'entità?

"L'economia italiana era già in una situazione disperata prima della crisi del 2008. Non c'era già quasi crescita. La crisi ha innescato un'ondata di fallimenti. Le aziende non hanno potuto rispettare i loro obblighi nei confronti delle banche. Lo shock economico ha quindi condotto a una crisi bancaria. Poi c'è stata la crisi dell'eurozona. Le banche non facevano quasi più credito, il che ha amplificato la crisi economica. E quindi anche il problema dei crediti deteriorati è peggiorato". 

Può fare un esempio tipico di prestito problematico?

"L'Italia è un paese industriale, e principalmente di piccole industrie manifatturiere. Ed è lì che sono arrivati i colpi peggiori. Ad esempio, mettiamo che tu sia un produttore di pentole e padelle. Prima che la Cina entrasse a far parte del WTO (nel 2001), tutto bene. Ma una volta alle prese con la competizione cinese non hai più futuro. Gli imprenditori italiani si sentono molto legati alla propria attività, è difficile dedicarsi all'improvviso a qualcosa di completamente diverso. Le aziende si stanno indebitando sempre di più per restare a galla. Ma arrivati a un certo punto non si può più andare avanti". 

Una storia di globalizzazione, quindi?

"Sì, globalizzazione, combinata a un sistema bancario che è rimasto locale. Perché le banche italiane sono fortemente legate al proprio territorio. Il modello è questo: fare credito ai propri amici. Finché agli amici va bene, funziona benissimo. Ma se non va più così bene è difficile rifiutare loro del credito. Quindi si è continuato a prestare". 

La colpa è delle banche?

"Molte banche hanno rischiato tanto. Abbiamo scoperto che prima della crisi quasi il 40% dei prestiti bancari nel 2007 era andato ad aziende già fortemente indebitate. Una cosa scioccante. Inoltre, secondo le nostre stime, una percentuale di prestiti cattivi tra l'8% e il 10% è legato a condotte illegali. La Banca d'Italia ci ha autorizzati a verificare quali banche avesse denunciato alla giustizia. Si parla, ad esempio, di riciclaggio di denaro o di favori ai clienti". 

Il pensiero di cosa ci sia da fare con questi prestiti problematici, adesso, fa venire il mal di testa alle autorità. "Possono restare nei bilanci delle banche", dice Zingales, "se c'è abbastanza capitale di rientro". Zingales, che vive da quasi trent'anni negli Stati Uniti, prende ad esempio l'intervento massiccio del governo americano dopo la crisi del credito. Gli americani hanno ricapitalizzato le banche con 245 miliardi di dollari (220 miliardi di euro). "Bisogna agire con decisione e in fretta. A quel punto si riprende anche l'economia". L'italiano è quindi contrario alla filosofia dell'unione bancaria europea, così riassumibile: le banche non vengono più salvate coi soldi dei contribuenti, ma gli investitori in titoli e gli obbligazionisti si fanno carico delle perdite derivanti dal salvataggio. Com'è accaduto di recente alla spagnola Banco Popular, inglobata dalla gigante Banco Santander. 

Perché non fa così anche l'Italia?

"Il grande problema è che in Italia molti azionisti e obbligazionisti sono normali risparmiatori. Pensionati che di tutto questo non hanno mai saputo niente. Di una Santander italiana per ora non se ne parla". 

Cosa ne pensa dell'approccio italiano a questa crisi?

"Approccio? Non c'è un approccio. Hanno aspettato fin troppo. Più aspetti ad intervenire, più le persone se ne vanno. Investitori, risparmiatori, manager. Le perdite non faranno che aumentare. 

L'Italia avrebbe dovuto, così come ha fatto  la Spagna, ricapitalizzare le banche con i fondi europei del MES. Ma non lo si è fatto per motivi politici, perché poi il MES fa tutta una serie di richieste che vanno a colpire l'onore italiano. Ma quest'onore ha un prezzo molto alto. Perché se gli obbligazionisti di Popolare di Vicenza e Veneto Banca dovranno contribuire al salvataggio, poi ci andranno di mezzo i piccoli investitori. Una tragedia". 

IL CV DEL PROFESSORE DI CHICAGO
L'economista Luigi Zingales (Padova, 1963) è professore di Entrepreneurship and Finance alla Chicago Booth School of Business. Zingales è intervenuto questa settimana alla conferenza della banca centrale olandese sulla "macro-prudential policy", volta a rendere più stabile il sistema finanziario. 

lunedì 8 maggio 2017

Draghi: la sfinge astuta che tiene in piedi l'euro

Per essere un italiano, il presidente della banca centrale è un uomo riservato.
La sua abilità politica suscita risentimento e ammirazione. 

di Mark Beunderman

[l'articolo originale è apparso sul quotidiano olandese NRC il 7 maggio 2017]

Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea.
Foto di Denis Balibouse / Reuters 

L'anno scorso, dopo un incontro a porte chiuse con i parlamentari tedeschi a Berlino, Mario Draghi si era presentato alla stampa nel suo atteggiamento più caratteristico: calmo. Aveva scelto accuratamente le parole da utilizzare. L'incontro era stato "molto soddisfacente", secondo il presidente della Banca Centrale Europea. Che aveva espresso il suo "apprezzamento" per il "rispetto" mostrato dal Bundestag per l'indipendenza dell'istituzione che presiede. 

Questo subito dopo che il parlamentare Gunther Krichbaum, che era al suo fianco, aveva menzionato alla stampa una serie di critiche a Draghi. I risparmiatori soffrono a causa dei bassi tassi di interesse stabiliti dalla BCE, ad esempio. E le centinaia di miliardi di euro che la BCE acquista in titoli di stato costituiscono un programma di aiuti travestito per i paesi deboli dell'eurozona.

Qui entra in azione il Mario Draghi politico. In seguito a un confronto nella tana del leone – il Bundestag tedesco, che della sua politica avrebbe ben poco bisogno – l'italiano è uscito allo scoperto, mostrando chi comanda. 

Mario Draghi dirige la banca centrale a Francoforte da cinque anni e mezzo, il suo mandato scadrà a fine 2019. La direzione Draghi lascerà segni profondi sull'unione monetaria. Sotto i suoi predecessori, Wim Duisenberg e Jean-Claude Trichet, la ricerca di consenso era la norma all'interno del comitato direttivo della BCE, all'insegna della prudenza e della modestia. Sotto Draghi, la BCE è diventata una sorta di Fed europea: una banca centrale che, come la sua controparte statunitense, crea denaro in massa per arginare la crisi. E dove spesso si decide a maggioranza, talvolta contro l'opinione tedesca e olandese.

Draghi (69 anni), ha già realizzato l'ambizione della sua vita. Melvyn Krauss, professore emerito di Economia alla New York University, sentì parlare di lui negli anni settanta, quando il ventenne Draghi conseguì un dottorato al prestigioso Massachusets Institute of Technology. Krauss ricorda di aver sentito dire a un economista finlandese: "Mario Draghi, ecco il futuro presidente d'Europa". Krauss ebbe poi modo di conoscere Draghi personalmente, e lo descrive come un uomo "molto intelligente". Al MIT, Draghi ricevette il suo dottorato da una commissione di cinque premi Nobel ed ebbe come relatore l'attuale vicepresidente della Fed, Stanley Fischer. 

In seguito alla sua esperienza al MIT Draghi tornò in Italia. Al vertice della BCE siede un economista di formazione anglosassone con una vasta rete di conoscenze internazionali. Le sue esperienze alla Banca Mondiale (1984-1990) e presso la banca d'affari Goldman Sachs (2002-2005) hanno contribuito a rafforzarne ulteriormente il profilo.

Un'eredità evaporata


Draghi non è però solo un freddo economista: è anche un intellettuale, una personalità che, attraverso discorsi dal carattere talvolta espressamente politico, rivela un appassionato appoggio al progetto europeo. Nel tempo libero legge molto: letteratura e saggistica in inglese, francese e italiano. Mantiene anche uno stretto legame con l'Italia. Trascorre regolarmente i suoi week-end a Roma, la città dov'è nato nel 1947. Ha conosciuto sua moglie Serena al tempo degli studi. La coppia ha due figli. 

Draghi proviene da una classe sociale medio-alta. Suo padre era funzionario alla Banca d'Italia, sua madre farmacista. Ha conosciuto grandi responsabilità molto presto, all'età di 15 anni, quando entrambi i genitori morirono. In quanto primogenito di tre figli dovette subito gestire e amministrare la famiglia, come ha dichiarato nel corso di un'intervista al settimanale tedesco Die Zeit. Non ebbe accesso all'eredità dei genitori: un suo tutore la investì in obbligazioni, fino a quando il fratello più piccolo non fosse divenuto maggiorenne. Quando Draghi fece ritorno nel 1975 dagli Stati Uniti, l'eredità era evaporata – a causa dell'inflazione. Non sono il genere d'italiano che trova accettabile un po' d'inflazione, è il messaggio che lascia trapelare nell'intervista. 

Venendo ad aspetti più personali, Draghi è il genere di persona che raramente si complimenta, anche con le persone che lavorano con lui. Il presidente della BCE è conosciuto come un uomo riservato se paragonato al gioviale Duisenberg e all'emotivo Trichet. "Da questo punto di vista non è molto italiano, piuttosto un britannico", dice Alessandro Leipold, conterraneo e coetaneo di Draghi. Ha stretto amicizia con Draghi a Washington negli anni ottanta, all'epoca in cui Draghi lavorava per la Banca Mondiale e Leipold per il Fondo Monetario Internazionale.  

Mentre Draghi rivestiva la carica di più alto funzionario al Ministero italiano delle finanze (1991-2001) e, successivamente, di presidente della Banca d'Italia (2006-2011), Leipold era a capo di una missione dell'FMI in Italia. Descrive Draghi come uno stratega combattuto, messo alla prova dalla caotica politica italiana. "I governi italiani cadevano uno dopo l'altro, ma lui è sopravvissuto a tutti", dice Leipold. "Delegava problematiche poco importanti e gestiva da solo le grandi questioni, mantenendo solo i contatti essenziali. In questo è un maestro".

Silenzioso, intelligente, stratega. L'olandese Lex Hoogduin ha qualcosa di ancor più tagliente da dire: "scaltro". Hoogduin ha spesso sostituito l'allora presidente della Banca Centrale dei Paesi Bassi Nout Wellink alle riunioni del consiglio direttivo della BCE, avendo modo di vedere Draghi al lavoro quando ancora partecipava in qualità rappresentante italiano del consiglio. "Risulta davvero difficile inquadrarlo, è un po' una sfinge", dice Hoogduin.  

Un solista con confidenti 


"Un solista", secondo testimoni che desiderano restare anonimi. I funzionari della BCE si sentono a volte lasciati nel limbo da Draghi e sorpresi dai suoi discorsi. Trichet era solito telefonare spesso in giro, abitudine, la sua, che dava la sensazione di far parte di un gruppo. Draghi fa invece affidamento su un gruppo di confidenti nella torre della BCE, tra i quali spicca l'economista capo Peter Praet, belga, e accetta consigli da economisti conosciuti nel suo periodo americano. Talvolta, l'italiano forza l'adozione di misure generando aspettative nei mercati finanziati prima dei suoi discorsi. Dopo di che, il consiglio direttivo può imboccare un'unica via: la sua. 

Il suo celebre discorso del luglio 2012, al culmine della crisi dell'euro, ne è un esempio calzante. A Londra, durante un incontro presso una società di investimenti, Draghi disse: "nei limiti del suo mandato, la BCE è pronta a fare tutto il necessario per far sopravvivere l'euro". E, dopo una breve pausa: "credetemi, sarà sufficiente". 



Lo stress sui mercati causato dai debiti pubblici dei paesi del sud dell'eurozona cessò di colpo, ma una parte del consiglio direttivo rimase sorpresa. Fu l'inizio di una decisione (mai realmente implementata) di fare acquisti mirati dei debiti pubblici dei paesi più fragili.  

Questa sua gestione suscita risentimento, ma anche ammirazione. In fondo, non è stata l'opera di Draghi a salvare l'euro? "Di questi tempi, forse c'è bisogno di un vero leader", dice un vecchio funzionario della BCE. Ed è forse per questo che gode del sostegno indispensabile e cruciale della cancelliera tedesca Angela Merkel. Ogni anno, lui le fa visita a Berlino. Forse un po' si somigliano, i due personaggi più potenti d'Europa. Sobri, riservati. E più astuti di tutti gli altri. 

[dalla colonna a destra, nell'articolo originale]


Camera Bassa

Il presidente della BCE visiterà mercoledì la Camera Bassa olandese, su iniziativa di Arnold Merkies (Partito Socialista), che ha invitato Draghi l'anno scorso.

L'incontro con le commissioni permanenti per le Finanze e per gli Affari Europei sarà pubblico, diversamente dal recente incontro di Draghi con il Bundestag tedesco. Questo per volontà sia della Camera Bassa che di Draghi.

I parlamentari olandesi sono sempre più critici nei confronti della BCE, che è formalmente indipendente dalla sfera politica. Per fare un esempio ricorrente, i fondi pensione olandesi soffrono a causa dei bassi tassi di interesse stabiliti dalla BCE. 

venerdì 14 aprile 2017

Il salvatore della Grecia


[Le elezioni olandesi e l'insolita attenzione che hanno suscitato in tutto il mondo sono ormai un lontano ricordo ed io, presa dal lavoro e vicissitudini personali, ho smesso da qualche settimana di andare a caccia di articoli interessanti sulla terra dei tulipani. 
Finché, ieri mattina, non mi sono imbattuta in un breve pezzo di Jesse Frederik pubblicato sul sito de Correspondent, avente come tema l'infelice vicenda dei commenti che l'ancora per poco ministro olandese delle finanze Dijsselbloem si è lasciato sfuggire non molto tempo fa sul sud Europa e sulla presunta propensione dei suoi abitanti a scialacquare denari. Di seguito una mia traduzione dell'articolo, che ho deciso di proporvi per il tono insolitamente critico nei confronti del presidente dell'Eurogruppo, raramente criticato in patria...]

Jeroen Dijsselbloem non ci capisce niente. Che cos'ha sbagliato, il presidente dell'Eurogruppo? Il sud Europa non può contare all'infinito sul sostegno del nord Europa, ha dichiarato il nostro a un giornalista tedesco. Perché "non posso spendere i miei soldi in alcol e donne per poi chiedere aiuto".

Quest'ultimo non si è rivelato un commento troppo felice. Politici spagnoli, portoghesi e greci hanno dato a Dijsselbloem una bella lavata di capo. Il Parlamento Europeo si è addirittura unito in una una condanna unanime del presidente dell'Eurogruppo (un privilegio normalmente riservato ai dittatori di nazioni del terzo mondo). 

"Sembra che io abbia commesso un crimine di guerra", ha poi sospirato Dijsselbloem in un'intervista al Volkskrant. L'attacco a Dijsselbloem si è rivelato un mistero anche per il quotidiano. "Dijsselbloem merita rispetto per il suo contributo nel disinnescare la crisi greca", ha scritto il Volskrant in un editoriale. Il corrispondente Marc Peeperkorn non sapeva più come valutare Dijsselbloem. "Per quattro anni lei è stato un eroe, lodato e onorato, il presidente e protagonista dell'Eurogruppo, garante della stabilità, salvatore della Grecia".

E questo sarebbe il ringraziamento? 

In qualità di giornalista economico seguo la crisi greca da circa quattro anni. Ed è veramente stancante, perché ogni anno la storia si ripete. La Grecia è in bancarotta, dobbiamo prestarle dei soldi, in cambio fa dei tagli che non servono a niente, il paese non cresce, dobbiamo prestarle ancora più soldi, in cambio fa altri tagli che non servono a niente, la crescita continua a non farsi vedere, e così ci teniamo occupati da ormai qualche anno.

E ogni volta mi stupisco della realtà alternativa in cui i politici e i giornalisti olandesi sembrano vivere. Concentriamoci un attimo sui fatti. Per quale motivo Dijsselbloem sarebbe il "salvatore della Grecia"? Il paese sta peggio degli Stati Uniti durante la Grande Depressione

"La Grecia è in una situazione peggiore di quella degli USA
durante la Grande Depressione".
Indice del PIL dall'inizio della crisi ad oggi.
Stati Uniti (1929-1936) - Grecia (2008-2016)


Il tasso di disoccupazione è ancora superiore al 20%.

La disoccupazione è ancora a livelli altissimi in Grecia.
Disoccupati come percentuale della forza lavoro attiva.
Eurozona (verde) - Grecia (viola)

Non c'è nessun economista serio che pensi che il debito pubblico greco, in seguito alle misure draconiane imposte da Dijsselbloem e co., sia divenuto sostenibile.

Troppo poco è stato fatto per risolvere i problemi strutturali della Grecia.  Per fare un esempio, i greci hanno ancora arretrati fiscali pari al 135% del PIL. 

I greci hanno ancora altissimi arretrati fiscali
Imposte in percentuale del gettito fiscale annuo
(Da sinistra a destra: OCSE - Unione Europea - Grecia)

E sia chiaro: non ne sono felici. 

I greci non sono contenti.
Percentuale dei greci che si dicono soddisfatti o molto soddisfatti
della propria vita.
Grecia (verde) - Unione Europea (viola)

Parliamoci chiaro: che le misure di austerità che Dijsselbloem ancora oggi (!) difende non avrebbero funzionato era ampiamente risaputo e prevedibile. Quest'anno è stato rilasciato un memorandum in cui l'ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard già nel maggio 2010 (!) scriveva che un'operazione di tagli alla spesa di questa portata "non è mai stata condotta o non è mai riuscita". "Il programma può facilmente deragliare, (anche nel caso in cui le politiche che richiede siano pienamente implementate)", avvisava. Senza un improvviso recupero e successo delle esportazioni, la ripresa si sarebbe rivelata "L-shaped" ("L-shaped" - già suona male), con "una recessione più profonda e prolungata di quanto si preveda adesso".
Ed è andata così. 

Nel frattempo, il Portogallo ci ha mostrato che un'alternativa è possibile. 
Il paese batte regolarmente le previsioni della Commissione Europea sulla crescita, e il deficit di bilancio è già al di sotto della soglia del 2,5% raccomandata dall'Unione Europea.  Tutto ciò dopo che l'attuale premier Antonio Costa, una volta vinte le elezioni a fine 2015 con un programma anti-austerity, ha riportato le pensioni statali, i salari e le ore di lavoro ai livelli precedenti la devastazione voluta dell'Eurogruppo. "Molti l'hanno soprannominata economia-voodoo", ha scritto il settimanale The Economist, "ma il signor Costa aveva ragione". 

Insomma, il discorso alcol-e-donne è ovviamente un pretesto col quale bastonare Dijsselbloem. Ma la vera questione è un'altra. Dijsselbloem è il simbolo di un approccio alla crisi che ha terribilmente, inesorabilmente fallito e che la storia giudicherà di conseguenza. Che il suo approccio non avrebbe funzionato era stato ampiamente previsto, e così è stato.

Chi lo racconta, adesso, alla stampa olandese?

giovedì 16 marzo 2017

Di dighe, onde e maree

Che Wilders non sarebbe diventato il primo partito nel paese e che, a maggior ragione, non sarebbe arrivato al governo era piuttosto scontato, per non dire ovvio. Mi sarei forse aspettata un minor distacco tra il suo partito e il VVD di Rutte; ma che il platinato non fosse particolarmente amato dagli olandesi già lo sospettavo (e, per quel che vale, ho avuto modo di constatarlo anche in famiglia: tra nonna, cugini e zii non ho trovato nessuno disposto a votare per lui). Ripetendo quanto già scritto su Twitter: il "problema" di Wilders è il suo eccessivo, per non dire ossessivo, focalizzarsi sul problema islamico (e non da uno o due anni!), al punto di invocare la chiusura di tutte le moschee e il divieto di diffusione del Corano (non esattamente una strategia vincente in un paese che per tradizione mal tollera la censura) relegando in secondo piano la questione economica. 

E qui sorge spontanea una domanda: gli converrebbe o no, parlare di economia?
Se è vero che tra i tulipani si sta ancora meglio che a Bobigny (facciamo un paragone pertinente, visto il prossimo appuntamento elettorale) è anche vero che dall'adozione dell'euro il potere d'acquisto del cittadino olandese medio è diminuito (e, come potrete constatare dal post con cui ho inaugurato il blog, non mancano nomi a sostegno della tesi che l'euro si sarebbe rivelato una scelta scellerata, anche per gli arancioni). In seguito alla crisi, il governo Rutte ha adottato politiche di austerità e varato riforme che hanno notevolmente flessibilizzato il mercato del lavoro, riforme la cui conseguenza è stata un drastico calo dei contratti a tempo indeterminato. Se tutto questo non è ancora visto come un problema dagli olandesi è perché evidentemente il paese trae un vantaggio non indifferente dalla sua appartenenza all'eurozona, soprattutto in termini di export, e perché l'offerta di lavoro e la bassa disoccupazione compensano la flessibilità dei contratti proposti. Ci sarebbe poi da affrontare il discorso BCE e discutere di come la politica di QE di Draghi stia danneggiando i risparmi olandesi, ma non ho le competenze per farlo.
Resta però il fatto che un partito appena nato come il Forum voor Democratie di Thierry Baudet, euroscettico quanto se non più del PVV ma molto meno focalizzato su Islam e immigrazione, ha conquistato subito due seggi. Non è un risultato trascurabile per una formazione appena nata cui i media hanno dedicato zero spazio in campagna elettorale. Da qualche parte, quindi, un dente duole. Altro errore innegabile di Wilders, che ha trascurato i media tradizionali preferendo Twitter (pensando, forse, di poter avere sugli olandesi un impatto paragonabile a quello che il suo ispiratore ha avuto sugli americani) è l'aver condensato il proprio programma in una misera paginetta: ho infatti il sospetto che molti potenziali elettori avrebbero gradito un maggior approfondimento dei temi cari al biondo e che abbiano poi preferito optare per altre formazioni perché in dubbio sull'effettiva capacità di Wilders di realizzare quanto promesso. Il che, comunque, non gli ha impedito di conquistare 5 nuovi seggi e arrivare secondo sul podio. Mica male, per un fanatico, monotematico, con un difficile rapporto coi media, costretto a interrompere la campagna elettorale per un'intera settimana per questioni di sicurezza!

Il vero cambiamento rispetto alle precedenti consultazioni, però, è stato il crollo previsto, ma comunque scioccante, del Partij voor de Arbeid, una delle formazioni più antiche nella storia del paese e da sempre protagonista della vita politica olandese. Passato da 38 seggi a 9, una cifra mai vista prima nella sua storia, il partito del dimissionario ministro delle finanze Jeroen Dijsselbloem paga senz'altro l'aver governato a colpi di austerity con Mark Rutte, tradendo la fiducia di tutti gli elettori che, soprattutto nel nord, hanno sempre guardato alla formazione socialdemocratica come a una protettrice dei propri diritti. Ma dove sono andati a finire, i voti dei delusi dal PvdA?

Secondo un'analisi pubblicata su NOS, la maggior parte di questi voti è andata alla formazione verde GroenLinks, guidata dal giovane ed entusiasta Jesse Klaver. Il partito, che ha conquistato un totale di 14 seggi, ha un orientamento fortemente europeista, insiste sull'importanza di un'economia "verde" e sul bisogno di costruire una società multiculturale e tollerante e non a caso ha conquistato la città di Amsterdam, nonché una buona fetta della popolazione più giovane.

Altri voti sono confluiti all'SP (Partito Socialista), soprattutto nel nord-est del paese: la formazione socialista ha un programma vagamente più radicale rispetto al PvdA ed è, per così dire, "diversamente europeista", dichiarandosi favorevole a un referendum sul futuro dell'Unione Europea e ammettendo senza troppi problemi il fallimento della moneta unica, cosa che però non le impedisce di voler evitare una Nexit.

Una parte non trascurabile dei voti persi dai socialdemocratici è poi andata a un partito che ha conquistato ampi consensi in città come Leiden, Utrecht e Groningen (città, quest'ultima, storicamente di sinistra, storicamente povera, che misteriosamente ha scelto questa formazione "ibrida" invece di optare, come mi sarei aspettata, per i socialisti). Si tratta del partito D66, nato (appunto) nel 1966 e promotore di un'ideologia "socioliberale": termine piuttosto bizzarro, ma tant'è. Il partito, guidato dal signor Alexander Pechtold, si fa promotore di istanze liberali in ambito economico (esempio: vuole un mercato del lavoro ancor più flessibile e una deregulation nell'educazione, per favorire una sana concorrenza nel settore...) e progressiste in ambito sociale (uno dei suoi cavalli di battaglia è l'estensione dell'eutanasia attiva ai soggetti affetti da disturbi psichici, nonché ai bambini malati terminali). Giusto per non farsi mancare niente, si attribuisce la medaglia di partito più europeista d'Olanda, tanto da voler entusiasticamente assistere (e presumo guidare, da parte olandese) la nascita degli Stati Uniti d'Europa. 

Altro partito in netta ripresa rispetto alle precedenti elezioni è stato l'Appello Cristiano Democratico, CDA: una via di mezzo tra VVD, PvdA e D66 in salsa cristiana.

Su tutti gli altri partiti e il loro peso, francamente trascurabile, passo. 

Per passare infine ai vincitori, i liberali conservatori del PM uscente-e-subito-rientrante Mark Rutte hanno letteralmente sbancato al botteghino: un po' perché, come accennavo nel post precedente, Rutte possiede un acume politico non indifferente e ha condotto una campagna elettorale oculata e intelligente, rafforzando la sua posizione con uno sprint finale negli ultimi giorni di campagna e di scontro diplomatico con la Turchia, dimostrando agli olandesi che, quando c'è da far la voce grossa con qualcuno, non si tira certo indietro; e un po' perché chi voleva scongiurare il problema Wilders, nell'urna, ha evidentemente colorato di rosso una casella nella lista del suo partito, scartando altre formazioni per paura di disperdere il voto.

Da tutto questo il paese esce, checché ne dicano i nostri giornalisti e politicanti amanti dell'Europa unita, della tolleranza (?) e del progresso (?), decisamente spostato a destra. Impossibile negare l'evidenza: pur non avendo conquistato i consensi che la propaganda mediatica gli ha attribuito in tutti sondaggi fino a pochi giorni fa, convincendo i timorosi ad esprimersi contro di lui, Geert Wilders ha influenzato l'agenda politica di tutte le forze politiche e costretto il suo principale antagonista ad affrontare temi che avrebbe volentieri lasciato nel cassetto.

In questo quadro simpaticamente variopinto il vero problema, adesso, sarà formare un governo...

martedì 14 marzo 2017

Dibattito Rutte-Wilders: una sintesi

Ieri sera, una volta arrivata a casa, ho guardato il video integrale del dibattito, tenutosi presso la Erasmus Universiteit di Rotterdam, tra l'attuale primo ministro olandese Mark Rutte (Volkspartij voor Vrijheid en Democratie) e il suo principale avversario alle elezioni politiche di domani, Geert Wilders (Partij voor de Vrijheid). Il confronto è stato piuttosto sintetico – quaranta minuti scarsi – e ha toccato tre sole tematiche: economia, sanità, immigrazione. Dal mio punto di vista non si è rivelato particolarmente entusiasmante: il livello di approfondimento dei tre temi proposti è stato scarso, lasciando presagire un impatto minimo sulle intenzioni di voto del pubblico. 



Detto questo, tengo a dare abbastanza per scontato che in Italia si conosca il personaggio Wilders: molto discusso e contestato a causa di toni poco concilianti e dichiarazioni tendenti allo sfrontato, il biondo platinato cresciuto a pane e Pim Fortuyn ha tuttavia guadagnato una marea di consensi negli ultimi anni grazie alle sue idee anti-immigrazione e anti-europeiste. E qui vorrei chiarire subito un punto: nonostante sia molto critico nei confronti degli eurocrati che tutti i giorni decidono delle nostre vite a Bruxelles, e nonostante abbia commissionato anni fa uno studio sull'impatto negativo che l'adozione dell'euro ha avuto sull'economia dei Paesi Bassi, il leader del PVV tocca raramente l'argomento euro nelle sue interviste e nei suoi discorsi. Quando si esprime negativamente sull'Unione Europea, si concentra soprattutto sul lato politico e sulle limitazioni alla sovranità nazionale che il far parte dell'Unione ha imposto al paese. La sua principale motivazione nel sostenere una Nexit risiede in quello che a suo parere è l'assoluto bisogno di tornare a controllare le politiche nazionali. Controllo dei confini, rifiuto radicale dell'Islam e di tutto ciò che a esso si accompagna – dalla chiusura delle moschee al divieto di diffusione del Corano – e protezione dell'identità olandese sono temi cui Wilders tiene particolarmente e che rivestono un ruolo di assoluto primo piano rispetto alla moneta unica nella sua campagna elettorale.

Per quanto riguarda Rutte, la tendenza generale è quella di considerarlo un personaggio scialbo e privo di carisma. Ma si sa, l'apparenza inganna: l'attuale primo ministro possiede un certo acume politico che lo porta a sfruttare a proprio vantaggio determinate situazioni – la crisi diplomatica di questi ultimi giorni con la Turchia ne è un esempio lampante – e a conquistare, di conseguenza, un inaspettato quanto largo consenso elettorale (le probabilità che si trovi a governare il paese per la terza volta non sono affatto trascurabili). Nel dibattito che sto per riassumere ha mostrato, a mio parere, una maggior sicurezza dialettica rispetto a Wilders, pur risultando forse meno convincente sui contenuti.

Il dibattito


Economia

Iniziando dal tema economico, Rutte ha dichiarato di ritenersi soddisfatto delle sue azioni di governo, che a suo parere hanno consentito ai Paesi Bassi di riprendersi dalla crisi. A suo dire, le riforme promulgate dal governo Rutte II hanno portato una crescita economica che ha consentito di abbattere la disoccupazione, lasciando intravedere un futuro roseo per gli olandesi. Ha poi aggiunto che paesi come Francia e Italia si trovano in difficoltà proprio per la loro ritrosia ad implementare riforme di questo tipo. 
Wilders ha ribattuto che i 500.000 olandesi attualmente disoccupati avrebbero qualcosa da ridire in proposito, e che molti ultracinquantenni colpiti dalla crisi hanno enormi difficoltà a trovare nuovamente un'occupazione. Ha chiesto a Rutte con chi, dei vari partiti moderati e di sinistra che non condividono molti dei punti nel suo programma, pensa di poter formare un governo che possa effettivamente tagliare le tasse. Ha contestato i tagli imposti dal governo Rutte alla spesa pubblica, soprattutto in ambito sanitario, rimproverandogli al contempo un atteggiamento conciliante nei confronti delle decine di migliaia di richiedenti asilo che vivono alle spese dello stato senza però contribuire alla società che li ospita. 

Quando, subito dopo, si è pronunciata la parola Nexit, il giudizio di Rutte è stato categorico: un'uscita dall'Unione Europea sarebbe disastrosa per i Paesi Bassi, causerebbe una grande incertezza economica, sociale e politica e porterebbe alla perdita di oltre un milione e mezzo di posti di lavoro. Wilders ha replicato citando la ripresa economica vissuta dal Regno Unito in seguito alla decisione di uscire dall'UE nel 2016, oltre a uno studio secondo cui, in caso di uscita dall'Unione, i Paesi Bassi tornerebbero a crescere, anche e soprattutto grazie a un aumento del potere d'acquisto dei cittadini.

Sanità

Veniamo alla seconda tematica. Nei Paesi Bassi esiste un sistema sanitario ibrido, tra pubblico e privato, che di fatto scarica sempre più i costi delle prestazioni sanitarie sui contribuenti a vantaggio di grandi compagnie assicurative, rendendo il sistema molto simile a quello americano. Ogni cittadino olandese è tenuto a sottoscrivere un'assicurazione sanitaria, pena sanzioni, e a decidere quali prestazioni includere nel proprio pacchetto: ovviamente, nel caso si voglia usufruire di un maggior numero di servizi, la rata mensile da pagare aumenta. Negli ultimi anni, a fronte di tagli consistenti al servizio sanitario e alla chiusura di molte case di riposo per anziani, gli olandesi hanno visto aumentare in modo considerevole le proprie spese in questo ambito.

Rutte ha dichiarato di voler stanziare, adesso che le riforme necessarie per portare il paese alla ripresa sono state implementate, due miliardi per la sanità, e di voler assumere 10.000 nuovi addetti. Ha spiegato che il contenimento dei costi perseguito negli anni passati era l'unico modo per garantire, nel lungo termine, la sostenibilità del sistema.
Wilders ha allora ricordato i tagli e i licenziamenti imposti dall'attuale governo, evidenziando al tempo stesso gli aumenti vertiginosi delle polizze assicurative a carico dei cittadini. Ha ricordato a Rutte le migliaia di case di riposo chiuse dal suo governo, definendosi poi scandalizzato dal fatto che rifugiati e richiedenti asilo non siano tenuti a pagare alcuna copertura assicurativa e possano usufruire del servizio sanitario olandese a titolo completamente gratuito. Ha infine accusato il primo ministro di sfruttare gli anziani a fini elettorali, ricordando come, nel 2012, avesse fatto loro le stesse promesse: costi più bassi e maggiori servizi. Le cose, ha sentenziato Wilders, sono poi andate diversamente.

Immigrazione e identità 

Poi il terzo e ultimo argomento, quello su cui si gioca fondamentalmente l'intera campagna elettorale di Wilders, se non addirittura l'esito della consultazione. Commentando la crisi diplomatica scoppiata tra Olanda e Turchia negli ultimi giorni, Wilders ha ricordato a Rutte come, già anni fa, avesse consigliato al governo di non fidarsi del presidente turco e di opporsi fermamente a un'entrata della Turchia nell'Unione Europea. Ha sottolineato il totale fallimento degli accordi tra Turchia ed Unione sui rifugiati, ricordando le decine di migliaia di migranti economici giunti in Olanda nel 2016, spiegando a Rutte che la soluzione non consiste nel fare pessimi accordi con governi inaffidabili, ma nel controllare le proprie frontiere e decidere autonomamente chi accettare o meno nel proprio paese. Ha sostenuto la necessità di mettere fine al processo di islamizzazione che, a suo dire, mette in pericolo l'identità e la cultura olandese, esponendo inoltre i Paesi Bassi a un rischio sempre maggiore di attentati come quelli verificatisi a Parigi e Bruxelles. Wilders sostiene che le comunità di fede islamica presenti nei Paesi Bassi non siano affatto integrate nella società olandese, ma che vogliano piuttosto imporre le proprie abitudini e i propri valori agli autoctoni. In un secondo momento, ha citato i flussi migratori dall'Africa e il traffico di esseri umani che ogni giorno porta migliaia di persone a sbarcare sulle coste siciliane, fenomeno che l'Europa non è minimamente in grado di gestire. 

Rutte, da parte sua, ha ribadito il suo netto rifiuto nei confronti delle politiche xenofobe e islamofobe di Wilders, spiegando a quest'ultimo che la differenza tra il fare campagna elettorale e il governare consiste proprio nell'accettare la necessità di stringere accordi tutt'altro che perfetti. Ha ricordato a Wilders come nei Paesi Bassi vivano migliaia di cittadini di origine straniera perfettamente integrati nel tessuto sociale olandese, per poi chiedere al leader del PVV come intenda sequestrare ogni singola copia del Corano presente nel paese. Nel proprio appello finale, il premier olandese in carica ha concluso dichiarando di non aver nessuna intenzione di governare con un partito estremista. 

Wilders, dal canto suo, si è rivolto direttamente agli olandesi: se volete riprendere il controllo del vostro paese, se volete che il governo investa i propri soldi in servizi essenziali per il cittadino e non nell'accoglienza dei rifugiati, nei fondi europei istituiti e imposti da Bruxelles, o in programmi di cooperazione in Africa, allora sapete per chi votare. Quella persona non si chiama Mark Rutte, ma Geert Wilders.