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lunedì 8 maggio 2017

Draghi: la sfinge astuta che tiene in piedi l'euro

Per essere un italiano, il presidente della banca centrale è un uomo riservato.
La sua abilità politica suscita risentimento e ammirazione. 

di Mark Beunderman

[l'articolo originale è apparso sul quotidiano olandese NRC il 7 maggio 2017]

Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea.
Foto di Denis Balibouse / Reuters 

L'anno scorso, dopo un incontro a porte chiuse con i parlamentari tedeschi a Berlino, Mario Draghi si era presentato alla stampa nel suo atteggiamento più caratteristico: calmo. Aveva scelto accuratamente le parole da utilizzare. L'incontro era stato "molto soddisfacente", secondo il presidente della Banca Centrale Europea. Che aveva espresso il suo "apprezzamento" per il "rispetto" mostrato dal Bundestag per l'indipendenza dell'istituzione che presiede. 

Questo subito dopo che il parlamentare Gunther Krichbaum, che era al suo fianco, aveva menzionato alla stampa una serie di critiche a Draghi. I risparmiatori soffrono a causa dei bassi tassi di interesse stabiliti dalla BCE, ad esempio. E le centinaia di miliardi di euro che la BCE acquista in titoli di stato costituiscono un programma di aiuti travestito per i paesi deboli dell'eurozona.

Qui entra in azione il Mario Draghi politico. In seguito a un confronto nella tana del leone – il Bundestag tedesco, che della sua politica avrebbe ben poco bisogno – l'italiano è uscito allo scoperto, mostrando chi comanda. 

Mario Draghi dirige la banca centrale a Francoforte da cinque anni e mezzo, il suo mandato scadrà a fine 2019. La direzione Draghi lascerà segni profondi sull'unione monetaria. Sotto i suoi predecessori, Wim Duisenberg e Jean-Claude Trichet, la ricerca di consenso era la norma all'interno del comitato direttivo della BCE, all'insegna della prudenza e della modestia. Sotto Draghi, la BCE è diventata una sorta di Fed europea: una banca centrale che, come la sua controparte statunitense, crea denaro in massa per arginare la crisi. E dove spesso si decide a maggioranza, talvolta contro l'opinione tedesca e olandese.

Draghi (69 anni), ha già realizzato l'ambizione della sua vita. Melvyn Krauss, professore emerito di Economia alla New York University, sentì parlare di lui negli anni settanta, quando il ventenne Draghi conseguì un dottorato al prestigioso Massachusets Institute of Technology. Krauss ricorda di aver sentito dire a un economista finlandese: "Mario Draghi, ecco il futuro presidente d'Europa". Krauss ebbe poi modo di conoscere Draghi personalmente, e lo descrive come un uomo "molto intelligente". Al MIT, Draghi ricevette il suo dottorato da una commissione di cinque premi Nobel ed ebbe come relatore l'attuale vicepresidente della Fed, Stanley Fischer. 

In seguito alla sua esperienza al MIT Draghi tornò in Italia. Al vertice della BCE siede un economista di formazione anglosassone con una vasta rete di conoscenze internazionali. Le sue esperienze alla Banca Mondiale (1984-1990) e presso la banca d'affari Goldman Sachs (2002-2005) hanno contribuito a rafforzarne ulteriormente il profilo.

Un'eredità evaporata


Draghi non è però solo un freddo economista: è anche un intellettuale, una personalità che, attraverso discorsi dal carattere talvolta espressamente politico, rivela un appassionato appoggio al progetto europeo. Nel tempo libero legge molto: letteratura e saggistica in inglese, francese e italiano. Mantiene anche uno stretto legame con l'Italia. Trascorre regolarmente i suoi week-end a Roma, la città dov'è nato nel 1947. Ha conosciuto sua moglie Serena al tempo degli studi. La coppia ha due figli. 

Draghi proviene da una classe sociale medio-alta. Suo padre era funzionario alla Banca d'Italia, sua madre farmacista. Ha conosciuto grandi responsabilità molto presto, all'età di 15 anni, quando entrambi i genitori morirono. In quanto primogenito di tre figli dovette subito gestire e amministrare la famiglia, come ha dichiarato nel corso di un'intervista al settimanale tedesco Die Zeit. Non ebbe accesso all'eredità dei genitori: un suo tutore la investì in obbligazioni, fino a quando il fratello più piccolo non fosse divenuto maggiorenne. Quando Draghi fece ritorno nel 1975 dagli Stati Uniti, l'eredità era evaporata – a causa dell'inflazione. Non sono il genere d'italiano che trova accettabile un po' d'inflazione, è il messaggio che lascia trapelare nell'intervista. 

Venendo ad aspetti più personali, Draghi è il genere di persona che raramente si complimenta, anche con le persone che lavorano con lui. Il presidente della BCE è conosciuto come un uomo riservato se paragonato al gioviale Duisenberg e all'emotivo Trichet. "Da questo punto di vista non è molto italiano, piuttosto un britannico", dice Alessandro Leipold, conterraneo e coetaneo di Draghi. Ha stretto amicizia con Draghi a Washington negli anni ottanta, all'epoca in cui Draghi lavorava per la Banca Mondiale e Leipold per il Fondo Monetario Internazionale.  

Mentre Draghi rivestiva la carica di più alto funzionario al Ministero italiano delle finanze (1991-2001) e, successivamente, di presidente della Banca d'Italia (2006-2011), Leipold era a capo di una missione dell'FMI in Italia. Descrive Draghi come uno stratega combattuto, messo alla prova dalla caotica politica italiana. "I governi italiani cadevano uno dopo l'altro, ma lui è sopravvissuto a tutti", dice Leipold. "Delegava problematiche poco importanti e gestiva da solo le grandi questioni, mantenendo solo i contatti essenziali. In questo è un maestro".

Silenzioso, intelligente, stratega. L'olandese Lex Hoogduin ha qualcosa di ancor più tagliente da dire: "scaltro". Hoogduin ha spesso sostituito l'allora presidente della Banca Centrale dei Paesi Bassi Nout Wellink alle riunioni del consiglio direttivo della BCE, avendo modo di vedere Draghi al lavoro quando ancora partecipava in qualità rappresentante italiano del consiglio. "Risulta davvero difficile inquadrarlo, è un po' una sfinge", dice Hoogduin.  

Un solista con confidenti 


"Un solista", secondo testimoni che desiderano restare anonimi. I funzionari della BCE si sentono a volte lasciati nel limbo da Draghi e sorpresi dai suoi discorsi. Trichet era solito telefonare spesso in giro, abitudine, la sua, che dava la sensazione di far parte di un gruppo. Draghi fa invece affidamento su un gruppo di confidenti nella torre della BCE, tra i quali spicca l'economista capo Peter Praet, belga, e accetta consigli da economisti conosciuti nel suo periodo americano. Talvolta, l'italiano forza l'adozione di misure generando aspettative nei mercati finanziati prima dei suoi discorsi. Dopo di che, il consiglio direttivo può imboccare un'unica via: la sua. 

Il suo celebre discorso del luglio 2012, al culmine della crisi dell'euro, ne è un esempio calzante. A Londra, durante un incontro presso una società di investimenti, Draghi disse: "nei limiti del suo mandato, la BCE è pronta a fare tutto il necessario per far sopravvivere l'euro". E, dopo una breve pausa: "credetemi, sarà sufficiente". 



Lo stress sui mercati causato dai debiti pubblici dei paesi del sud dell'eurozona cessò di colpo, ma una parte del consiglio direttivo rimase sorpresa. Fu l'inizio di una decisione (mai realmente implementata) di fare acquisti mirati dei debiti pubblici dei paesi più fragili.  

Questa sua gestione suscita risentimento, ma anche ammirazione. In fondo, non è stata l'opera di Draghi a salvare l'euro? "Di questi tempi, forse c'è bisogno di un vero leader", dice un vecchio funzionario della BCE. Ed è forse per questo che gode del sostegno indispensabile e cruciale della cancelliera tedesca Angela Merkel. Ogni anno, lui le fa visita a Berlino. Forse un po' si somigliano, i due personaggi più potenti d'Europa. Sobri, riservati. E più astuti di tutti gli altri. 

[dalla colonna a destra, nell'articolo originale]


Camera Bassa

Il presidente della BCE visiterà mercoledì la Camera Bassa olandese, su iniziativa di Arnold Merkies (Partito Socialista), che ha invitato Draghi l'anno scorso.

L'incontro con le commissioni permanenti per le Finanze e per gli Affari Europei sarà pubblico, diversamente dal recente incontro di Draghi con il Bundestag tedesco. Questo per volontà sia della Camera Bassa che di Draghi.

I parlamentari olandesi sono sempre più critici nei confronti della BCE, che è formalmente indipendente dalla sfera politica. Per fare un esempio ricorrente, i fondi pensione olandesi soffrono a causa dei bassi tassi di interesse stabiliti dalla BCE. 

venerdì 14 aprile 2017

Il salvatore della Grecia


[Le elezioni olandesi e l'insolita attenzione che hanno suscitato in tutto il mondo sono ormai un lontano ricordo ed io, presa dal lavoro e vicissitudini personali, ho smesso da qualche settimana di andare a caccia di articoli interessanti sulla terra dei tulipani. 
Finché, ieri mattina, non mi sono imbattuta in un breve pezzo di Jesse Frederik pubblicato sul sito de Correspondent, avente come tema l'infelice vicenda dei commenti che l'ancora per poco ministro olandese delle finanze Dijsselbloem si è lasciato sfuggire non molto tempo fa sul sud Europa e sulla presunta propensione dei suoi abitanti a scialacquare denari. Di seguito una mia traduzione dell'articolo, che ho deciso di proporvi per il tono insolitamente critico nei confronti del presidente dell'Eurogruppo, raramente criticato in patria...]

Jeroen Dijsselbloem non ci capisce niente. Che cos'ha sbagliato, il presidente dell'Eurogruppo? Il sud Europa non può contare all'infinito sul sostegno del nord Europa, ha dichiarato il nostro a un giornalista tedesco. Perché "non posso spendere i miei soldi in alcol e donne per poi chiedere aiuto".

Quest'ultimo non si è rivelato un commento troppo felice. Politici spagnoli, portoghesi e greci hanno dato a Dijsselbloem una bella lavata di capo. Il Parlamento Europeo si è addirittura unito in una una condanna unanime del presidente dell'Eurogruppo (un privilegio normalmente riservato ai dittatori di nazioni del terzo mondo). 

"Sembra che io abbia commesso un crimine di guerra", ha poi sospirato Dijsselbloem in un'intervista al Volkskrant. L'attacco a Dijsselbloem si è rivelato un mistero anche per il quotidiano. "Dijsselbloem merita rispetto per il suo contributo nel disinnescare la crisi greca", ha scritto il Volskrant in un editoriale. Il corrispondente Marc Peeperkorn non sapeva più come valutare Dijsselbloem. "Per quattro anni lei è stato un eroe, lodato e onorato, il presidente e protagonista dell'Eurogruppo, garante della stabilità, salvatore della Grecia".

E questo sarebbe il ringraziamento? 

In qualità di giornalista economico seguo la crisi greca da circa quattro anni. Ed è veramente stancante, perché ogni anno la storia si ripete. La Grecia è in bancarotta, dobbiamo prestarle dei soldi, in cambio fa dei tagli che non servono a niente, il paese non cresce, dobbiamo prestarle ancora più soldi, in cambio fa altri tagli che non servono a niente, la crescita continua a non farsi vedere, e così ci teniamo occupati da ormai qualche anno.

E ogni volta mi stupisco della realtà alternativa in cui i politici e i giornalisti olandesi sembrano vivere. Concentriamoci un attimo sui fatti. Per quale motivo Dijsselbloem sarebbe il "salvatore della Grecia"? Il paese sta peggio degli Stati Uniti durante la Grande Depressione

"La Grecia è in una situazione peggiore di quella degli USA
durante la Grande Depressione".
Indice del PIL dall'inizio della crisi ad oggi.
Stati Uniti (1929-1936) - Grecia (2008-2016)


Il tasso di disoccupazione è ancora superiore al 20%.

La disoccupazione è ancora a livelli altissimi in Grecia.
Disoccupati come percentuale della forza lavoro attiva.
Eurozona (verde) - Grecia (viola)

Non c'è nessun economista serio che pensi che il debito pubblico greco, in seguito alle misure draconiane imposte da Dijsselbloem e co., sia divenuto sostenibile.

Troppo poco è stato fatto per risolvere i problemi strutturali della Grecia.  Per fare un esempio, i greci hanno ancora arretrati fiscali pari al 135% del PIL. 

I greci hanno ancora altissimi arretrati fiscali
Imposte in percentuale del gettito fiscale annuo
(Da sinistra a destra: OCSE - Unione Europea - Grecia)

E sia chiaro: non ne sono felici. 

I greci non sono contenti.
Percentuale dei greci che si dicono soddisfatti o molto soddisfatti
della propria vita.
Grecia (verde) - Unione Europea (viola)

Parliamoci chiaro: che le misure di austerità che Dijsselbloem ancora oggi (!) difende non avrebbero funzionato era ampiamente risaputo e prevedibile. Quest'anno è stato rilasciato un memorandum in cui l'ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard già nel maggio 2010 (!) scriveva che un'operazione di tagli alla spesa di questa portata "non è mai stata condotta o non è mai riuscita". "Il programma può facilmente deragliare, (anche nel caso in cui le politiche che richiede siano pienamente implementate)", avvisava. Senza un improvviso recupero e successo delle esportazioni, la ripresa si sarebbe rivelata "L-shaped" ("L-shaped" - già suona male), con "una recessione più profonda e prolungata di quanto si preveda adesso".
Ed è andata così. 

Nel frattempo, il Portogallo ci ha mostrato che un'alternativa è possibile. 
Il paese batte regolarmente le previsioni della Commissione Europea sulla crescita, e il deficit di bilancio è già al di sotto della soglia del 2,5% raccomandata dall'Unione Europea.  Tutto ciò dopo che l'attuale premier Antonio Costa, una volta vinte le elezioni a fine 2015 con un programma anti-austerity, ha riportato le pensioni statali, i salari e le ore di lavoro ai livelli precedenti la devastazione voluta dell'Eurogruppo. "Molti l'hanno soprannominata economia-voodoo", ha scritto il settimanale The Economist, "ma il signor Costa aveva ragione". 

Insomma, il discorso alcol-e-donne è ovviamente un pretesto col quale bastonare Dijsselbloem. Ma la vera questione è un'altra. Dijsselbloem è il simbolo di un approccio alla crisi che ha terribilmente, inesorabilmente fallito e che la storia giudicherà di conseguenza. Che il suo approccio non avrebbe funzionato era stato ampiamente previsto, e così è stato.

Chi lo racconta, adesso, alla stampa olandese?

giovedì 16 marzo 2017

Di dighe, onde e maree

Che Wilders non sarebbe diventato il primo partito nel paese e che, a maggior ragione, non sarebbe arrivato al governo era piuttosto scontato, per non dire ovvio. Mi sarei forse aspettata un minor distacco tra il suo partito e il VVD di Rutte; ma che il platinato non fosse particolarmente amato dagli olandesi già lo sospettavo (e, per quel che vale, ho avuto modo di constatarlo anche in famiglia: tra nonna, cugini e zii non ho trovato nessuno disposto a votare per lui). Ripetendo quanto già scritto su Twitter: il "problema" di Wilders è il suo eccessivo, per non dire ossessivo, focalizzarsi sul problema islamico (e non da uno o due anni!), al punto di invocare la chiusura di tutte le moschee e il divieto di diffusione del Corano (non esattamente una strategia vincente in un paese che per tradizione mal tollera la censura) relegando in secondo piano la questione economica. 

E qui sorge spontanea una domanda: gli converrebbe o no, parlare di economia?
Se è vero che tra i tulipani si sta ancora meglio che a Bobigny (facciamo un paragone pertinente, visto il prossimo appuntamento elettorale) è anche vero che dall'adozione dell'euro il potere d'acquisto del cittadino olandese medio è diminuito (e, come potrete constatare dal post con cui ho inaugurato il blog, non mancano nomi a sostegno della tesi che l'euro si sarebbe rivelato una scelta scellerata, anche per gli arancioni). In seguito alla crisi, il governo Rutte ha adottato politiche di austerità e varato riforme che hanno notevolmente flessibilizzato il mercato del lavoro, riforme la cui conseguenza è stata un drastico calo dei contratti a tempo indeterminato. Se tutto questo non è ancora visto come un problema dagli olandesi è perché evidentemente il paese trae un vantaggio non indifferente dalla sua appartenenza all'eurozona, soprattutto in termini di export, e perché l'offerta di lavoro e la bassa disoccupazione compensano la flessibilità dei contratti proposti. Ci sarebbe poi da affrontare il discorso BCE e discutere di come la politica di QE di Draghi stia danneggiando i risparmi olandesi, ma non ho le competenze per farlo.
Resta però il fatto che un partito appena nato come il Forum voor Democratie di Thierry Baudet, euroscettico quanto se non più del PVV ma molto meno focalizzato su Islam e immigrazione, ha conquistato subito due seggi. Non è un risultato trascurabile per una formazione appena nata cui i media hanno dedicato zero spazio in campagna elettorale. Da qualche parte, quindi, un dente duole. Altro errore innegabile di Wilders, che ha trascurato i media tradizionali preferendo Twitter (pensando, forse, di poter avere sugli olandesi un impatto paragonabile a quello che il suo ispiratore ha avuto sugli americani) è l'aver condensato il proprio programma in una misera paginetta: ho infatti il sospetto che molti potenziali elettori avrebbero gradito un maggior approfondimento dei temi cari al biondo e che abbiano poi preferito optare per altre formazioni perché in dubbio sull'effettiva capacità di Wilders di realizzare quanto promesso. Il che, comunque, non gli ha impedito di conquistare 5 nuovi seggi e arrivare secondo sul podio. Mica male, per un fanatico, monotematico, con un difficile rapporto coi media, costretto a interrompere la campagna elettorale per un'intera settimana per questioni di sicurezza!

Il vero cambiamento rispetto alle precedenti consultazioni, però, è stato il crollo previsto, ma comunque scioccante, del Partij voor de Arbeid, una delle formazioni più antiche nella storia del paese e da sempre protagonista della vita politica olandese. Passato da 38 seggi a 9, una cifra mai vista prima nella sua storia, il partito del dimissionario ministro delle finanze Jeroen Dijsselbloem paga senz'altro l'aver governato a colpi di austerity con Mark Rutte, tradendo la fiducia di tutti gli elettori che, soprattutto nel nord, hanno sempre guardato alla formazione socialdemocratica come a una protettrice dei propri diritti. Ma dove sono andati a finire, i voti dei delusi dal PvdA?

Secondo un'analisi pubblicata su NOS, la maggior parte di questi voti è andata alla formazione verde GroenLinks, guidata dal giovane ed entusiasta Jesse Klaver. Il partito, che ha conquistato un totale di 14 seggi, ha un orientamento fortemente europeista, insiste sull'importanza di un'economia "verde" e sul bisogno di costruire una società multiculturale e tollerante e non a caso ha conquistato la città di Amsterdam, nonché una buona fetta della popolazione più giovane.

Altri voti sono confluiti all'SP (Partito Socialista), soprattutto nel nord-est del paese: la formazione socialista ha un programma vagamente più radicale rispetto al PvdA ed è, per così dire, "diversamente europeista", dichiarandosi favorevole a un referendum sul futuro dell'Unione Europea e ammettendo senza troppi problemi il fallimento della moneta unica, cosa che però non le impedisce di voler evitare una Nexit.

Una parte non trascurabile dei voti persi dai socialdemocratici è poi andata a un partito che ha conquistato ampi consensi in città come Leiden, Utrecht e Groningen (città, quest'ultima, storicamente di sinistra, storicamente povera, che misteriosamente ha scelto questa formazione "ibrida" invece di optare, come mi sarei aspettata, per i socialisti). Si tratta del partito D66, nato (appunto) nel 1966 e promotore di un'ideologia "socioliberale": termine piuttosto bizzarro, ma tant'è. Il partito, guidato dal signor Alexander Pechtold, si fa promotore di istanze liberali in ambito economico (esempio: vuole un mercato del lavoro ancor più flessibile e una deregulation nell'educazione, per favorire una sana concorrenza nel settore...) e progressiste in ambito sociale (uno dei suoi cavalli di battaglia è l'estensione dell'eutanasia attiva ai soggetti affetti da disturbi psichici, nonché ai bambini malati terminali). Giusto per non farsi mancare niente, si attribuisce la medaglia di partito più europeista d'Olanda, tanto da voler entusiasticamente assistere (e presumo guidare, da parte olandese) la nascita degli Stati Uniti d'Europa. 

Altro partito in netta ripresa rispetto alle precedenti elezioni è stato l'Appello Cristiano Democratico, CDA: una via di mezzo tra VVD, PvdA e D66 in salsa cristiana.

Su tutti gli altri partiti e il loro peso, francamente trascurabile, passo. 

Per passare infine ai vincitori, i liberali conservatori del PM uscente-e-subito-rientrante Mark Rutte hanno letteralmente sbancato al botteghino: un po' perché, come accennavo nel post precedente, Rutte possiede un acume politico non indifferente e ha condotto una campagna elettorale oculata e intelligente, rafforzando la sua posizione con uno sprint finale negli ultimi giorni di campagna e di scontro diplomatico con la Turchia, dimostrando agli olandesi che, quando c'è da far la voce grossa con qualcuno, non si tira certo indietro; e un po' perché chi voleva scongiurare il problema Wilders, nell'urna, ha evidentemente colorato di rosso una casella nella lista del suo partito, scartando altre formazioni per paura di disperdere il voto.

Da tutto questo il paese esce, checché ne dicano i nostri giornalisti e politicanti amanti dell'Europa unita, della tolleranza (?) e del progresso (?), decisamente spostato a destra. Impossibile negare l'evidenza: pur non avendo conquistato i consensi che la propaganda mediatica gli ha attribuito in tutti sondaggi fino a pochi giorni fa, convincendo i timorosi ad esprimersi contro di lui, Geert Wilders ha influenzato l'agenda politica di tutte le forze politiche e costretto il suo principale antagonista ad affrontare temi che avrebbe volentieri lasciato nel cassetto.

In questo quadro simpaticamente variopinto il vero problema, adesso, sarà formare un governo...

martedì 14 marzo 2017

Dibattito Rutte-Wilders: una sintesi

Ieri sera, una volta arrivata a casa, ho guardato il video integrale del dibattito, tenutosi presso la Erasmus Universiteit di Rotterdam, tra l'attuale primo ministro olandese Mark Rutte (Volkspartij voor Vrijheid en Democratie) e il suo principale avversario alle elezioni politiche di domani, Geert Wilders (Partij voor de Vrijheid). Il confronto è stato piuttosto sintetico – quaranta minuti scarsi – e ha toccato tre sole tematiche: economia, sanità, immigrazione. Dal mio punto di vista non si è rivelato particolarmente entusiasmante: il livello di approfondimento dei tre temi proposti è stato scarso, lasciando presagire un impatto minimo sulle intenzioni di voto del pubblico. 



Detto questo, tengo a dare abbastanza per scontato che in Italia si conosca il personaggio Wilders: molto discusso e contestato a causa di toni poco concilianti e dichiarazioni tendenti allo sfrontato, il biondo platinato cresciuto a pane e Pim Fortuyn ha tuttavia guadagnato una marea di consensi negli ultimi anni grazie alle sue idee anti-immigrazione e anti-europeiste. E qui vorrei chiarire subito un punto: nonostante sia molto critico nei confronti degli eurocrati che tutti i giorni decidono delle nostre vite a Bruxelles, e nonostante abbia commissionato anni fa uno studio sull'impatto negativo che l'adozione dell'euro ha avuto sull'economia dei Paesi Bassi, il leader del PVV tocca raramente l'argomento euro nelle sue interviste e nei suoi discorsi. Quando si esprime negativamente sull'Unione Europea, si concentra soprattutto sul lato politico e sulle limitazioni alla sovranità nazionale che il far parte dell'Unione ha imposto al paese. La sua principale motivazione nel sostenere una Nexit risiede in quello che a suo parere è l'assoluto bisogno di tornare a controllare le politiche nazionali. Controllo dei confini, rifiuto radicale dell'Islam e di tutto ciò che a esso si accompagna – dalla chiusura delle moschee al divieto di diffusione del Corano – e protezione dell'identità olandese sono temi cui Wilders tiene particolarmente e che rivestono un ruolo di assoluto primo piano rispetto alla moneta unica nella sua campagna elettorale.

Per quanto riguarda Rutte, la tendenza generale è quella di considerarlo un personaggio scialbo e privo di carisma. Ma si sa, l'apparenza inganna: l'attuale primo ministro possiede un certo acume politico che lo porta a sfruttare a proprio vantaggio determinate situazioni – la crisi diplomatica di questi ultimi giorni con la Turchia ne è un esempio lampante – e a conquistare, di conseguenza, un inaspettato quanto largo consenso elettorale (le probabilità che si trovi a governare il paese per la terza volta non sono affatto trascurabili). Nel dibattito che sto per riassumere ha mostrato, a mio parere, una maggior sicurezza dialettica rispetto a Wilders, pur risultando forse meno convincente sui contenuti.

Il dibattito


Economia

Iniziando dal tema economico, Rutte ha dichiarato di ritenersi soddisfatto delle sue azioni di governo, che a suo parere hanno consentito ai Paesi Bassi di riprendersi dalla crisi. A suo dire, le riforme promulgate dal governo Rutte II hanno portato una crescita economica che ha consentito di abbattere la disoccupazione, lasciando intravedere un futuro roseo per gli olandesi. Ha poi aggiunto che paesi come Francia e Italia si trovano in difficoltà proprio per la loro ritrosia ad implementare riforme di questo tipo. 
Wilders ha ribattuto che i 500.000 olandesi attualmente disoccupati avrebbero qualcosa da ridire in proposito, e che molti ultracinquantenni colpiti dalla crisi hanno enormi difficoltà a trovare nuovamente un'occupazione. Ha chiesto a Rutte con chi, dei vari partiti moderati e di sinistra che non condividono molti dei punti nel suo programma, pensa di poter formare un governo che possa effettivamente tagliare le tasse. Ha contestato i tagli imposti dal governo Rutte alla spesa pubblica, soprattutto in ambito sanitario, rimproverandogli al contempo un atteggiamento conciliante nei confronti delle decine di migliaia di richiedenti asilo che vivono alle spese dello stato senza però contribuire alla società che li ospita. 

Quando, subito dopo, si è pronunciata la parola Nexit, il giudizio di Rutte è stato categorico: un'uscita dall'Unione Europea sarebbe disastrosa per i Paesi Bassi, causerebbe una grande incertezza economica, sociale e politica e porterebbe alla perdita di oltre un milione e mezzo di posti di lavoro. Wilders ha replicato citando la ripresa economica vissuta dal Regno Unito in seguito alla decisione di uscire dall'UE nel 2016, oltre a uno studio secondo cui, in caso di uscita dall'Unione, i Paesi Bassi tornerebbero a crescere, anche e soprattutto grazie a un aumento del potere d'acquisto dei cittadini.

Sanità

Veniamo alla seconda tematica. Nei Paesi Bassi esiste un sistema sanitario ibrido, tra pubblico e privato, che di fatto scarica sempre più i costi delle prestazioni sanitarie sui contribuenti a vantaggio di grandi compagnie assicurative, rendendo il sistema molto simile a quello americano. Ogni cittadino olandese è tenuto a sottoscrivere un'assicurazione sanitaria, pena sanzioni, e a decidere quali prestazioni includere nel proprio pacchetto: ovviamente, nel caso si voglia usufruire di un maggior numero di servizi, la rata mensile da pagare aumenta. Negli ultimi anni, a fronte di tagli consistenti al servizio sanitario e alla chiusura di molte case di riposo per anziani, gli olandesi hanno visto aumentare in modo considerevole le proprie spese in questo ambito.

Rutte ha dichiarato di voler stanziare, adesso che le riforme necessarie per portare il paese alla ripresa sono state implementate, due miliardi per la sanità, e di voler assumere 10.000 nuovi addetti. Ha spiegato che il contenimento dei costi perseguito negli anni passati era l'unico modo per garantire, nel lungo termine, la sostenibilità del sistema.
Wilders ha allora ricordato i tagli e i licenziamenti imposti dall'attuale governo, evidenziando al tempo stesso gli aumenti vertiginosi delle polizze assicurative a carico dei cittadini. Ha ricordato a Rutte le migliaia di case di riposo chiuse dal suo governo, definendosi poi scandalizzato dal fatto che rifugiati e richiedenti asilo non siano tenuti a pagare alcuna copertura assicurativa e possano usufruire del servizio sanitario olandese a titolo completamente gratuito. Ha infine accusato il primo ministro di sfruttare gli anziani a fini elettorali, ricordando come, nel 2012, avesse fatto loro le stesse promesse: costi più bassi e maggiori servizi. Le cose, ha sentenziato Wilders, sono poi andate diversamente.

Immigrazione e identità 

Poi il terzo e ultimo argomento, quello su cui si gioca fondamentalmente l'intera campagna elettorale di Wilders, se non addirittura l'esito della consultazione. Commentando la crisi diplomatica scoppiata tra Olanda e Turchia negli ultimi giorni, Wilders ha ricordato a Rutte come, già anni fa, avesse consigliato al governo di non fidarsi del presidente turco e di opporsi fermamente a un'entrata della Turchia nell'Unione Europea. Ha sottolineato il totale fallimento degli accordi tra Turchia ed Unione sui rifugiati, ricordando le decine di migliaia di migranti economici giunti in Olanda nel 2016, spiegando a Rutte che la soluzione non consiste nel fare pessimi accordi con governi inaffidabili, ma nel controllare le proprie frontiere e decidere autonomamente chi accettare o meno nel proprio paese. Ha sostenuto la necessità di mettere fine al processo di islamizzazione che, a suo dire, mette in pericolo l'identità e la cultura olandese, esponendo inoltre i Paesi Bassi a un rischio sempre maggiore di attentati come quelli verificatisi a Parigi e Bruxelles. Wilders sostiene che le comunità di fede islamica presenti nei Paesi Bassi non siano affatto integrate nella società olandese, ma che vogliano piuttosto imporre le proprie abitudini e i propri valori agli autoctoni. In un secondo momento, ha citato i flussi migratori dall'Africa e il traffico di esseri umani che ogni giorno porta migliaia di persone a sbarcare sulle coste siciliane, fenomeno che l'Europa non è minimamente in grado di gestire. 

Rutte, da parte sua, ha ribadito il suo netto rifiuto nei confronti delle politiche xenofobe e islamofobe di Wilders, spiegando a quest'ultimo che la differenza tra il fare campagna elettorale e il governare consiste proprio nell'accettare la necessità di stringere accordi tutt'altro che perfetti. Ha ricordato a Wilders come nei Paesi Bassi vivano migliaia di cittadini di origine straniera perfettamente integrati nel tessuto sociale olandese, per poi chiedere al leader del PVV come intenda sequestrare ogni singola copia del Corano presente nel paese. Nel proprio appello finale, il premier olandese in carica ha concluso dichiarando di non aver nessuna intenzione di governare con un partito estremista. 

Wilders, dal canto suo, si è rivolto direttamente agli olandesi: se volete riprendere il controllo del vostro paese, se volete che il governo investa i propri soldi in servizi essenziali per il cittadino e non nell'accoglienza dei rifugiati, nei fondi europei istituiti e imposti da Bruxelles, o in programmi di cooperazione in Africa, allora sapete per chi votare. Quella persona non si chiama Mark Rutte, ma Geert Wilders. 

domenica 26 febbraio 2017

Lettera aperta al ministro delle Finanze Jeroen Dijsselbloem e alla Camera Bassa

[Di seguito trovate una lettera indirizzata dal ricercatore indipendente André ten Dam al Ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, lettera già citata nel post precedente. La lettera è stata pubblicata da FTM, sito olandese di giornalismo indipendente].


In una lettera aperta al ministro Jeroen Dijsselbloem e ai deputati della Camera Bassa, il ricercatore sull'euro André ten Dam chiede di ripensare alla negata inchiesta parlamentare sull'adozione dell'euro. 

Spettabile signor Dijsselbloem, spettabili signore e signori della Camera Bassa,

Mercoledì 1° febbraio sedevo, in qualità di ricercatore indipendente sull'euro, nella tribuna pubblica durante il dibattito tenutosi alla Camera su un'iniziativa civile per un'inchiesta parlamentare sull'adozione dell'euro. Ho seguito il dibattito con interesse e, di tanto in tanto, con stupore.

La crisi dell'euro

Con la crisi greca del 2010, l'euro è entrato in uno stato di coma permanente.  Da allora, l'euro viene artificialmente tenuto in vita attraverso svariati e costosi fondi di emergenza, nonché grazie a una folle politica di tassi di interesse e di cambio voluta dalla BCE, politica estremamente dannosa per i Paesi Bassi.

Com'è ormai noto, la causa delle disgrazie della moneta unica è da ricercare nel fatto che le economie dei paesi membri sono troppo diverse per poter formare un'unione monetaria di successo e condividere un'unica valuta. L'impossibilità di adattare i propri tassi di cambio e di interesse a causa della politica one-size-fits-all/none dell'Euro Patto soffoca tutti i paesi della zona euro.
Tale situazione ha causato, sin dallo scoppio della crisi dell'euro del 2010, innumerevoli danni economici, finanziari, sociali, umanitari e politici.

Da qualsiasi punto di vista la si guardi, la convergenza economica tra le varie economie non si verificherà in un futuro prossimo venturo. E tuttavia da sette anni chiudiamo gli occhi e ci illudiamo, vittime di wishful thinking, mentre la moneta unica continua a cavarsela a fatica. 

Come ha dichiarato il ministro delle Finanze Dijsselbloem durante il dibattito alla Camera di mercoledì, l'Eurogruppo e la Troika stanno ancora una volta tentando di combattere la crisi dell'euro. 

Secondo lui [Dijsselbloem, ndt] la politica della Troika implementata dal 2010 funziona bene e ha ridotto le differenze (ovvero gli squilibri macroeconomici) tra i paesi della zona euro. Non esiste nessun "Piano B", perché il "Piano B" coincide col "Piano A", secondo il presidente dell'Eurogruppo. 

Desidero invece dimostrare, come provano anche recenti esempi della nostra storia monetaria, che i paesi in crisi, come ad esempio i paesi del sud Europa in difficoltà da ormai 10 anni, possono, in circa 2 anni e con il giusto approccio, tornare a camminare sulle proprie gambe. Un tale approccio implicherebbe, in breve:

– il riallineamento del tasso di cambio di tali paesi ad un livello equilibrato rispetto alla situazione internazionale;
– la conduzione di una politica dei tassi di interesse adeguata all'economia nazionale di tali paesi e, 
– nel caso sia necessario, uno sconto sul debito sovrano per portare il debito a un livello sostenibile. 

In questa fase di recupero si potrebbe ricorrere ad un sostegno pubblico e politico molto forte, per poter anche attuare le riforme eventualmente necessarie. 

Vorrei anche evidenziare che il mese scorso il Presidente della banca centrale Klaas Knot ha dichiarato che le differenze economiche tra i paesi della zona euro non sono affatto diminuite, come sostiene invece il signor Dijsselbloem, bensì aumentate.

E siamo onesti: dopo che uno dei più grandi sostenitori dell'euro, Joseph Stiglitz, ha gettato la spugna, non è rimasto praticamente più nessuno al mondo a dichiarare che l'euro è stata una buona idea e che dobbiamo quindi continuare su questa strada.

Visto quanto espresso finora, secondo molti sarebbe una buona idea se il signor Dijsselbloem e il suo Eurogruppo mettessero fine all'attuale politica del "finché va, va" dell'euro. Il momento di focalizzarsi sulle alternative è giunto da un bel pezzo. 

The Matheo Solution (TMS)

Una delle alternative si chiama The Matheo Solution [che d'ora in avanti chiameremo sistema TMS, ndt], che il sottoscritto ha già presentato e illustrato nel 2010. In quanto partecipe al dibattito parlamentare, anche il signor Dijsselbloem dovrebbe averne sentito parlare.

Durante il dibattito alla Camera il signor Dijsselbloem ha infatti risposto a una domanda del signor Joram van Klaveren su un concetto chiave del sistema TMS. Il signor Dijsselbloem ha risposto che il sistema TMS sarebbe paragonabile al sistema di cambio in vigore prima dell'adozione dell'euro, dunque vulnerabile a potenziali speculazioni sulla valuta.

Ma il signor Dijsselbloem e i suoi officiali non hanno ancora ben capito questa soluzione. Infatti, dal momento che nel sistema TMS l'euro resterebbe l'unica valuta per tutti i paesi dell'eurozona, una speculazione sulla valuta sarebbe esclusa per definizione. 

Su richiesta di svariati parlamentari di diversa estrazione politica ho illustrato il sistema TMS. Già sette anni fa spiegavo che la speculazione sulla valuta – basti pensare a George Soros e la sterlina – costituiva il tallone d'Achille del sistema di cambio europeo in vigore prima dell'adozione dell'euro. Per questo motivo ho inserito nel sistema TMS una struttura per cui l'euro sarebbe e resterebbe l'unica valuta per tutti i paesi della zona euro. Il necessario meccanismo di cambio verrebbe ricostituito attraverso l'introduzione di unità di conto nazionali. Queste nuove unità di conto costituirebbero allo stesso tempo la base per l'attuazione delle diverse e necessarie politiche di interesse nazionale. 

L'aspetto migliore è che tutti gli schieramenti politici, sia quanti sono a favore del mantenimento dell'euro, sia quanti sostengono che sia invece il caso di tornare alle valute nazionali, troverebbero una risposta adeguata al proprio pensiero nel sistema TMS. 

Ma il sistema TMS è molto più di un semplice, innovativo concetto chiave. Prevede un piano articolato in 10 punti dove tutti gli aspetti della crisi dell'euro, che molti danno per scontati dal 2010, vengono analizzati e presi in considerazione. Costituisce, di fatto, la base per un "Maastricht 2.0". 

Se il sistema TMS fosse stato adottato, la crisi dell'eurozona sarebbe stata risolta da tempo. Ci saremmo risparmiati molte delle attuali miserie. 

Va da sé che amerei illustrare quanto sopra ancora una volta al signor Dijsselbloem e ai membri dell'Eurogruppo. 

Un'inchiesta parlamentare sull'adozione dell'euro

Poi c'è stata l'iniziativa pubblica per il lancio di un'inchiesta parlamentare sull'euro. 

Innanzitutto, è un peccato che uno dei tre promotori dell'iniziativa, Forum voor Democratie (FvD), sia nel frattempo divenuto un partito politico che parteciperà anche alle prossime elezioni della Camera Bassa del 15 marzo. Ma ciò non significa che la Camera Bassa non debba prendere in considerazione questa iniziativa pubblica o giudicarla. Questa iniziativa non deve essere sfruttata nel dibattito politico prima delle elezioni, come un certo numero di parlamentari ha pensato di fare durante il dibattito parlamentare. 

Da un punto di vista dei contenuti, si potrebbe sostenere che un'inchiesta parlamentare sull'introduzione dell'euro sia più o meno desiderabile, se non inutile. Il governo ha ragione quando sostiene che sull'adozione dell'euro e sul tragitto parlamentare che ci ha portato a questa adozione vi sia molto di noto e di facilmente reperibile. Lo si chiarisce anche in una dichiarazione firmata dal signor Dijsselbloem.

Se i politici al tempo coinvolti (sia quanti allora governavano, sia quanti vigilavano) fossero consapevoli di cosa comportasse una politica valutaria europea del tipo one-size-fits-all è tutt'altra questione. Il recentemente scomparso presidente della banca centrale olandese, André Szász, fu coinvolto a livello governativo nell'approvazione del Trattato di Maastricht e a suo parere molti politici non avevano la minima idea [di cosa stessero facendo, ndt].

Questo dato, sommato alla misera iniziata nel 2010 e ancora in corso, costituirebbe un motivo più che valido per procedere con un'inchiesta parlamentare sull'introduzione dell'euro. 

Per di più, lo stesso ministro Dijsselbloem, secondo il NRC, ha fatto sapere durante un dibattito alla Camera che per lui un'inchiesta parlamentare sull'adozione dell'euro andrebbe benissimo: in questo modo, almeno, si farebbe finalmente chiarezza. Ed è vero. 

Il caso della perdita del cambio

Ma non è tutto. 

C'è un aspetto specifico nella faccenda che più che giustifica un'iniziativa civile per un'inchiesta parlamentare sull'euro. Ed è la sostituzione del fiorino olandese con l'euro, il cosiddetto caso della perdita del cambio [Wisselverlieszaak, ndt]. La questione centrale, qui, sta nell'errato tasso di cambio fissato tra euro e fiorino olandese, e le disastrose conseguenze che tale errore ha avuto. Su richiesta dell'iniziativa civile, ho anche scritto qualcosa in proposito.

[...]

Come ho spiegato nel mio contributo all'iniziativa civile, il danno per gli olandesi derivante dall'aver stabilito un errato tasso di cambio (la "perdita del cambio") è di natura strutturale, e nel 2016 tale danno è arrivato ad ammontare a circa 975 miliardi di €, più del doppio del nostro debito pubblico. Non sono quisquilie e direi che costituiscono una ragione più che sufficiente per tenere un'inchiesta parlamentare.

Un argomento delicato? Sicuramente, ma il cittadino olandese ha il diritto di sapere, dopo tutti questi anni, cosa sia esattamente accaduto e perché. 

Che ci debba essere una ricerca parlamentare approfondita sul caso della perdita del cambio è evidente, e lo sostenevo già anni fa. Per un'adeguata ricerca della verità, un'inchiesta parlamentare sarebbe lo strumento giusto. E non dovremmo attendere oltre. 

A mio modesto parere ciascun parlamentare diligente, che nutra rispetto per sé stesso, dovrebbe, in quanto rappresentante di un potere di vigilanza, giungere ad una conclusione non dissimile dalla mia. 

Faccio dunque un appello a tutti i membri dei partiti Pvda, CDA, D66 e VVD (e probabilmente anche Groenlinks) affinché ripensino il loro rifiuto alla proposta civile per un'inchiesta parlamentare sull'adozione dell'euro. 

Cordiali saluti,
André ten Dam
Ricercatore indipendente sull'euro

www.TheMatheoSolution.eu