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venerdì 24 febbraio 2017

Con questa unione monetaria, l’Europa imbocca la strada sbagliata


[Inauguro il blog con la traduzione di un articolo inizialmente condivisa su Twitter. L'articolo, pubblicato originariamente il 13 febbraio 1997, consiste in un appello di settanta economisti olandesi contrari all'adozione dell'euro e alla creazione dell'unione monetaria europea. L'originale in olandese è consultabile sul sito del quotidiano olandese Volkskrant].



13 febbraio 1997

È con ansia crescente che i sottoscritti vedono avvicinarsi il momento in cui l’Unione Monetaria Europea entra nella sua terza fase. Il Trattato di Maastricht, entrato in vigore il 1° novembre 1993, presenta molte imperfezioni se si guarda al tema della democrazia, dell’occupazione, della distribuzione dei capitali, dell’ambiente e della lotta alla povertà, sia all’interno che fuori dall’Unione. Inoltre, il Trattato poggia su basi economiche discutibili. Dopo anni niente è ancora cambiato. Al contrario, l’introduzione di questa unione monetaria comporta costi alti, soprattutto sotto forma di disoccupazione rampante e tensioni sociali. L’unione monetaria si rivela niente più che un progetto monetario. Il Patto di Stabilità di Dublino suggella questo corso e vi aggiunge un altro tassello: lo spazio per una politica fiscale, soprattutto a fini sociali e ecologici, si fa sempre più ristretto.
Questa unione monetaria non costituisce il punto di partenza per un’Europa moderna, prospera e sociale, ma crea un quadro istituzionale che consentirà un ulteriore smantellamento della politica socio-fiscale nazionale e del settore pubblico europeo. Dal punto di vista sociale, ambientale e democratico è del tutto indesiderabile. Il vantaggio economico, poi, è dubbio e controverso. Di per sé una moneta unica potrebbe anche costituire un vantaggio, ma con questo progetto l’Unione Europea imbocca la strada sbagliata. È giunto il momento di riflettere e instaurare un dibattito critico sull’agenda economica dell’Europa.
I paesi membri dell’Unione Europa dovrebbero, secondo il Trattato di Maastricht, rispettare cinque criteri per poter accedere all’unione monetaria e adottare la moneta unica. Oltre al controllo dei tassi d’interesse a lungo termine, dell’inflazione e del debito pubblico, nel 1993 si è stabilito che il deficit di un governo non dovrà eccedere il 3% del prodotto interno lordo. Solo durante la Conferenza Intergovernativa (CIG) si è iniziato a riflettere seriamente sul modo in cui l’unione monetaria dovrà funzionare. Il completamento dell’unione monetaria diventa ancora più ovvio dopo che nel dicembre 1996 i capi di governo dei quindici stati membri hanno siglato il Patto di Stabilità di Dublino. Essenzialmente, si è stabilito che gli stati membri, al fine di accedere all’unione monetaria, dovranno non solo attenersi alla soglia del 3%, ma impegnarsi a ridurlo ulteriormente, portandolo all’1%. Questo al fine di garantire un euro forte come la roccia, secondo l’opinione dominante. Nel tentativo di rispettare questa soglia, i paesi membri dell’Unione hanno già effettuato interventi di taglio alla spesa pubblica, dei quali saranno i socialmente più deboli a soffrire.
Questa fase di tagli è destinata a durare durante l’introduzione dell’unione monetaria e dell’euro e anche per il decennio a venire. E nella non tanto inconcepibile ipotesi che l’Europa si trovi nei prossimi anni a fare i conti con una recessione, i rigidi parametri di Dublino la faranno sprofondare in un’infinita spirale di tagli e di disoccupazione rampante. Non ci sarà poi da aspettarsi che la nuova Banca Centrale Europea (BCE) adotti una politica europea di stimolo. Dopo tutto, la sua assoluta priorità è quella di garantire la stabilità dei prezzi. Per non parlare della mancanza di stabilizzatori automatici a livello europeo. Uno degli effetti collaterali è che i banchieri centrali europei non potranno essere richiamati, perché la BCE opererà in totale autonomia.
Si presume che tutto questo potrebbe arrecare fastidi da un punto di vista sociale, ma che risulti tuttavia economicamente necessario e che vi sia ampio consenso su questo tra gli economisti. Non è così. Un sostegno, basato su solide basi scientifiche, al mancato rispetto dei parametri dell’unione monetaria, ai requisiti introdotti dal Trattato di Maastricht e al ruolo della BCE è tutt’altro che controverso. Per farla breve, la filosofia economica dell’unione monetaria si basa su dogmi monetaristi che molti economisti non condividono. Inoltre, c’è una grande affinità con il pensiero neo-liberale, sempre più criticato. Secondo la visione monetarista, la riduzione della spesa pubblica porterebbe automaticamente a un contenimento dell’inflazione, e un’inflazione più bassa porterebbe a sua volta maggiore crescita e occupazione. Insomma, una politica monetaria prudente dovrebbe supportare un’inflazione perennemente bassa.
La ricerca economica dimostra che questi argomenti non sono convincenti. Ad esempio, il professor R. Barro di Harvard (notoriamente a favore di una politica anti-inflazionistica) ha condotto una ricerca in oltre 100 paesi nel periodo 1960-1990 nella quale si dimostra che la crescita di un punto percentuale dell’inflazione porta ad una diminuzione della crescita dello 0,03% (Bank of England Quarterly Bulletin, 1995). Nel Cambridge Journal of Economics (1993), il ricercatore W. Stanners, che ha esaminato le tendenze in 12 paesi leader tra il 1950 e il 1987, è giunto ad una conclusione ancor più chiara: l’affermazione che una bassa inflazione porta ad una crescita elevata non è dimostrabile. Una ricerca condotta dagli economisti Akerlof, Dickens e Perry pubblicata nel Brookings Papers on Economic Activity (1996) mostra anche che un calo dell’inflazione tra lo zero e il tre percento negli Stati Uniti causerebbe un aumento del tasso di disoccupazione pari al 2,%. L’economista dell’FMI Sarel ha concluso, in un’indagine del 1996 su oltre 87 paesi tra 1970 e 1990, che l’inflazione ha effetti negativi sulla crescita solo quando il tasso supera l’8%. Gli effetti di un tasso d’inflazione compreso tra lo zero e l’otto percento sono pari a zero o addirittura positivi.
Sulla base di ricerche come queste, importanti economisti come Krugman, Summers, Reich e il premio Nobel Vickrey hanno lanciato l’allarme sul pericolo di un aumento della disoccupazione come conseguenza di politiche anti-inflazionistiche. Si potrebbe forse pensare che quelli del deficit al 3% e del debito pubblico ad un massimo del 60% del PIL siano parametri ragionevoli. Dopotutto, ci si aspetta che ogni cittadino tenga in equilibrio i conti di casa e che limiti i propri debiti. Le spese sugli interessi del debito attuale possono affossare l’economia in futuro.
È essenziale, e questo lo sanno anche i futuri membri dell’unione monetaria, non adottare parametri uniformi su presunte basi scientifiche: la definizione di politica “saggia” dipende dalle condizioni economiche. Esistono ancora molte differenze strutturali tra gli stati membri da un punto di vista sociale, fiscale e più in generale istituzionale. I parametri dell’unione monetaria europea sono arbitrari, non tengono conto delle attuali circostanze e non garantiscono alcuna reale convergenza.
Il deficit del governo è la differenza tra spese ed entrate. In via di principio, un deficit viene abbassato attraverso un aumento delle entrate (tasse). Tuttavia, l’attuale politica è incentrata sul lato della spesa: cioè la riduzione della spesa pubblica. Ciò conduce a tagli considerevoli che producono ingenti danni sociali ed economici. Anche perché molti stati membri sono già intrappolati in una rete di tagli dal 1982. Se si arresta la crescita economica, automaticamente la percentuale del deficit cresce. In vista dell’esame di ingresso dell’Unione Monetaria Europea si dovrà tagliare ancor di più la spesa pubblica. Ci sono buone ragioni non solo per non tagliare la spesa pubblica, ma anche per farla crescere quando si verifica un calo della crescita economica. Politiche keynesiane di questo tipo non suscitano più interesse, perché l’interdipendenza internazionale tra economie lascia meno spazio alla politica nazionale.
I paesi che presto entreranno a far parte della moneta unica perderanno importanti strumenti di politica macroeconomica. All’interno dell’Unione esistono ovviamente fluttuazioni dei tassi di cambio, che con l’arrivo dell’euro sparirebbero. E dal momento che i tassi d’interesse saranno presto gli stessi ovunque, che la mobilità del lavoro tra paesi è ancora scarsa e che non sono previsti trasferimenti fiscali, i paesi dell’unione monetaria avranno a disposizione un solo strumento per assorbire eventuali shock economici: la spesa pubblica. E qui il cerchio si chiude, perché quest’ultimo strumento è proprio quello che il già citato Patto di Stabilità impedirà di utilizzare. Pesanti sanzioni saranno imposte ai paesi che supereranno la soglia del 3% di deficit. Il ministro Zalm, co-autore del patto, e la Camera Bassa hanno calcolato che se il nostro deficit del 4% non verrà presto ridotto saremo tenuti a pagare una multa di 2 miliardi di fiorini. E questo significa che ad assorbire gli shock economici sarà il lavoro: sotto forma di disoccupazione, riduzione dei salari e ulteriore flessibilizzazione. Questo effetto sarà ulteriormente rafforzato dal fatto che l’Unione Monetaria fomenterà concorrenza politica tra i paesi, sia da un punto di vista fiscale (vedi il recente scontro sulla tassa sui profitti), sia da un punto di vista ambientale e sociale. Questa competizione politica impedirà altresì un’ambiziosa politica ambientale nazionale, mentre una politica ambientale europea, ad esempio, farà sì che tasse sull’energia stentino a decollare. Infine, le politiche socio-economiche saranno considerevolmente influenzate dalla relazione asimmetrica che si verrà a creare tra una Banca Centrale Europea indipendente e gli stati nazionali. La Banca si occuperà solo di mantenere la “solidità” dell’euro, e sarà il solo organo ad avere un qualche significato e peso dal punto di vista economico e sociale. Gli stati nazionali affiancheranno questa politica della competizione a una perdita di capacità di agire. Intrappolati in una rete monetarista, vedranno crescere i propri problemi di disoccupazione, esclusione e degrado ambientale.
I timori tedeschi di un euro debole sono infondati. È anzi molto più probabile che si verifichi il contrario. La nostra conclusione è che l’attuale agenda dell’Unione Monetaria Europea sia inadatta all’Europa del futuro. Ci opponiamo alla naturalezza con il quale è stato annunciato l’arrivo delle nuove banconote nei Paesi Bassi. Un motivo più che sufficiente consiste nel fatto che l’Unione non offre alcuna prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni a 20 milioni di disoccupati e 50 milioni di poveri. I criteri di accesso hanno già imposto un prezzo alto agli stati membri. Per la maggior parte dei paesi dell’Europa orientale, questi criteri manterranno l’UE fuori dalla loro portata negli anni a venire. L’ex commissario CE Ralf Dahrendof ha definito (NRC Handelsblad, dicembre 1995) l’agenda dell’Unione Monetaria Europea inadeguata alla luce degli attuali problemi europei: il prezzo da pagare per l’Unione Monetaria Europea è molto alto. È più che probabile che abbia ragione.
I promotori: dr. Geert Reuten, Amsterdam; drs. Kees Vendrik, Amsterdam: drs. Robert Went, Amsterdam. I firmatari: dr. Hans Amman (Amsterdam), drs. Luit Bakker (Rotterdam), prof.dr. Beek RA (Meerssen), prof.dr. Jos de Beus (Groningen), dr.ir. Marcel Boumans (Amsterdam), prof.dr. Y.S. Brenner (Bilthoven), dr. Mino Carchedi (Amsterdam), drs. Huub Cleutjens (Eindhoven), dr. A.F. Correljé (Nijmegen), drs. M. Deblonde (wageningen), prof. mr. drs. Dik Degenkamp (Glimmen), dr. L. Delsen (Nijmegen), drs. Maurits Depla (Woerden), drs. Frank J. Dietz (Rotterdam), drs. Wilfred Dolfsma (Rotterdam), drs. Kris Douma (Woerden), prof. dr. Louis Emmerij (Washington), prof. dr. Jörg Glombowski (Tilburg/Osnabrück), prof.dr. Bob Goudzwaard (Driebergen), prof. dr. Siv Gustafsson (Amsterdam), drs. W.J. den Hertog (Amsterdam), drs. L. Hoffman (Capelle a/d IJssel), dr. Nel Hofstra (Rotterdam), dr. Bas Kee (Amsterdam), drs. Andries Klaasse Bos, prof. dr. Arjo Klamer (Hilversum), prof.dr. Alfred Kleinknecht (Bussum), drs. Edith Kuiper (Amsterdam), prof. dr. T. Kumpe (Geldrop), dr. Gerard Kuper (Groningen), drs. Nico Lamperjee (Amstelveen), dr. Fieke van der Leck (Groningen), drs. Raoul Leering (Amsterdam), prof.dr. Coby van der Linde (Leiden), dr. Marcel van der Linden (Amsterdam), prof.dr. H. Linnemann (Leidschendam), drs. Harro Maas (Amsterdam), dr. Henriëtte Maassen van den Brink (Amsterdam), prof.dr. Angus Maddison (Groningen) prof.dr. J.B. Opschoor (Den Haag), drs. R.H.M. Paping (Zoetermeer), dr. Janneke Plantenga (Utrecht), dr. Kees van der Pijl (Amsterdam), dr. Joop Roebroek (Tilburg), drs. Ronald de Ridder (Houten), drs. Gisela Schade (Den Haag), prof.dr. Hans Schenk (Rotterdarn), dr. Arthur Schram (Amsterdam), drs. Wicher Schreuders (Rotterdam), prof.dr. Jacques Siegers (Bussum), drs. Bart Snels (Utrecht), prof. dr. Luuc Soete (Maastricht), dr. Irene van Staveren (Rotterdam), drs. Hugo Strikker (Amsterdam), drs. P. Tassenaar (Groningen), drs. Marcel Timmer (Eindhoven), dr. Rob van Tulder (Rotterdam), drs. Wessel Visser (Gouda), dr. P.E. Visser (Amsterdam), prof.drs. P.J. Vos (Egmond a.d. Hoef), dr. Jack Vromen (Rotterdam), prof. dr. Marco Wilke (Tilburg), dr. Thomas Ziesemer (Maastricht).




1 commento:

  1. Grazie infinite per la segnalazione e la traduzione. Questo documento è davvero prezioso. In esso c'è la lucida previsione, nei minimi dettagli, di ciò che è poi effettivamente accaduto. Mi ricorda l'articolo del prof. Alberto Alesina sul Corriere della Sera (più volte citato dal prof. Alberto Bagnai) dello stesso anno. Esso è l'ennesima prova che i politici europei non potevano non sapere quello che facevano, essendo stati avvisati in tempo dai migliori scienziati economici dei loro paesi.

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